Il CIO e la ridefinizione del confine biologico

Il CIO e la ridefinizione del confine biologico

Il CIO e la ridefinizione del confine biologico (immagine AI)

 

 

Il panorama dello sport mondiale si appresta a vivere una delle sue trasformazioni più profonde degli ultimi decenni, mentre il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) orienta la propria rotta verso una restrizione sistematica della partecipazione delle atlete transgender alle competizioni femminili. Le indiscrezioni emerse dai vertici di Losanna e rilanciate con forza dai principali organi di stampa internazionali, tra cui il Times di Londra e le agenzie di settore, suggeriscono che il massimo organismo sportivo stia lavorando a una nuova direttiva che potrebbe essere ufficializzata già all'inizio di questo 2026, in occasione della 145ª Sessione del CIO prevista a Milano proprio a ridosso dell'apertura dei Giochi Invernali. Questa possibile decisione rappresenterebbe un superamento definitivo del "Framework on Fairness" del 2021

( Framework on Fairness è un insieme di principi guida per promuovere equità, inclusione e non discriminazioneper identità di genere e variazioni di sesso nello sport)

spostando l'attenzione dai diritti individuali di identità verso la protezione dell'integrità competitiva della categoria femminile, intesa in senso biologico.

La spinta verso questo cambiamento normativo, trova la sua genesi in un momento sempre più consistente di evidenze scientifiche che mettono in discussione l'efficacia della sola soppressione del testosterone nel livellare le prestazioni atletiche. Studi recenti presi in esame dalla commissione medica del CIO, guidata dalla dottoressa Jane Thornton, indicano che i vantaggi fisiologici acquisiti durante la pubertà maschile — come la densità ossea, la capacità polmonare, la struttura scheletrica e la forza esplosiva — permangono in misura significativa anche dopo anni di terapia ormonale sostitutiva. Questa consapevolezza ha già indotto federazioni di peso assoluto come World Athletics e World Aquatics a implementare regolamenti che precludono l'accesso alle gare femminili a chiunque abbia attraversato lo sviluppo puberale maschile, stabilendo un precedente che il CIO sembra ora intenzionato a trasformare in uno standard universale per il movimento olimpico.

L'effetto domino sulle federazioni internazionali è già evidente ed ha portato ad una revisione dei criteri di eleggibilità che va oltre la semplice identità di genere, toccando anche la complessa questione delle atlete con differenze nello sviluppo sessuale (DSD). World Athletics, ad esempio, ha recentemente introdotto protocolli ancora più rigidi che prevedono test genetici per il gene SRY al fine di determinare l'appartenenza biologica alla categoria femminile, segnando un passaggio epocale verso una sorveglianza biologica che non accetta più l'autocertificazione dell'identità. Il CIO si trova quindi nella posizione di dover armonizzare queste spinte divergenti, cercando di evitare il caos normativo che ha caratterizzato le ultime edizioni dei Giochi e che ha alimentato accesi dibattiti mediatici sulla presunta iniquità di alcune discipline di contatto o di pura potenza (le medaglie d'oro nel pugilato).

Tuttavia, il percorso verso il bando totale non è privo di ostacoli legali ed etici di enorme portata, poiché la missione fondamentale dell'olimpismo resta quella dell'inclusione e del superamento delle barriere. Le associazioni che tutelano i diritti degli atleti transgender sottolineano come un'esclusione generalizzata possa costituire una violazione dei diritti umani e della privacy, oltre a infliggere un grave danno psicologico a una categoria di sportivi già ampiamente marginalizzata. Molti giuristi dello sport prevedono un'ondata di ricorsi presso il Tribunale Arbitrale dello Sport (TAS) di Losanna, poiché il confine tra la protezione di una categoria protetta (quella femminile) e la discriminazione di una minoranza diventa estremamente labile quando si entra nel merito delle prestazioni d'élite dove ogni millesimo di secondo è frutto di una complessa interazione tra genetica e allenamento.

Sullo sfondo di questa disputa si staglia anche un contesto politico internazionale sempre più polarizzato, con molti governi e istituzioni nazionali che stanno legiferando in modo autonomo per vietare la presenza di atlete transgender nelle squadre femminili scolastiche e universitarie, come sta accadendo con frequenza negli Stati Uniti. Il CIO, storicamente restio a farsi trascinare nelle diatribe politiche, sembra oggi costretto a prendere una posizione netta per non perdere la propria autorità morale e tecnica sopra le federazioni affiliate. Se la proposta di divieto dovesse passare nella forma attualmente discussa, lo sport femminile verrebbe blindato attorno al criterio del sesso biologico alla nascita, relegando l'inclusione a eventuali "categorie aperte" che diverse federazioni stanno già sperimentando, pur con scarso successo in termini di partecipazione e appeal mediatico.

Il 2026 si profila dunque come l'anno zero per la definizione di chi può essere considerata un'atleta olimpica, in una sfida che non si gioca più solo sulle piste o nelle vasche, ma nei laboratori di ricerca e nelle aule di tribunale. La decisione finale del Comitato avrà ripercussioni che dureranno per decenni, stabilendo se l'universalismo olimpico può ancora convivere con la necessità biologica di categorie separate o se lo sport dovrà accettare una frammentazione definitiva in nome di una giustizia distributiva che oggi appare più lontana che mai.

 

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